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Diritto.it

ISSN 1127-8579

Pubblicato dal 12/05/2016

All'indirizzo http://dirittodellavoro.diritto.it/docs/38231-le-conseguenze-dell-abuso-del-contratto-di-lavoro-a-tempo-determinato-da-parte-delle-p-a

Autori: Luca Busico, AR redazione

Le conseguenze dell’abuso del contratto di lavoro a tempo determinato da parte delle P.A.

nota di commento a Cassazione, sezioni unite civili, sentenza 15 marzo 2016 n. 5072

Le conseguenze dell’abuso del contratto di lavoro a tempo determinato da parte delle P.A.

nota di commento a Cassazione, sezioni unite civili, sentenza 15 marzo 2016 n. 5072

Pubblicato in Diritto del lavoro il 12/05/2016

Autori

50302 Luca Busico
47250 AR redazione
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La pronuncia delle sezioni unite della Cassazione affronta uno degli aspetti più complessi e discussi del pubblico impiego contrattualizzato, vale a dire le conseguenze sanzionatorie a carico delle amministrazioni pubbliche nel caso di illegittimo ricorso ai rapporti di lavoro a tempo determinato. La norma di riferimento è l’art.36, co. 5 del d.lgs. 30 marzo 2001, n. 165, secondo il quale la violazione di disposizioni imperative riguardanti l’assunzione o l’impiego di lavoratori, da parte delle pubbliche amministrazioni, non può comportare la costituzione di rapporti di lavoro a tempo indeterminato con le medesime pubbliche amministrazioni. Il comma prosegue riconoscendo al lavoratore interessato il diritto al risarcimento del danno derivante dalla prestazione di lavoro espletata in violazione delle disposizioni imperative[1].
Le Sezioni unite ricordano che tale disciplina differenziata rispetto al rapporto di lavoro privato, ove è prevista la conversione a tempo indeterminato in caso di violazione delle norme imperative, è stata sottoposta nel corso degli anni sia al vaglio di compatibilità costituzionale sia a quello di compatibilità comunitaria.
Per quanto concerne il primo, il Tribunale di Pisa, con un’ordinanza del 2002[2], aveva ritenuto la suddetta disciplina dell’art.36 del d.lgs. n. 165 del 2001 in contrasto con gli artt.3 e 97 della Costituzione.
La norma, ad avviso del giudice rimettente, anzitutto si pone in contrasto
con l’art.3 Cost. sia per la violazione del canone di ragionevolezza, sia per la palese disparità di trattamento tra lavoratori pubblici e lavoratori privati, in quanto, nonostante l’intervenuta privatizzazione del rapporto di lavoro dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni, discriminerebbe i dipendenti pubblici rispetto a quelli privati, precludendo ai primi, nel caso di violazione delle norme imperative sul lavoro a termine, la tutela rappresentata dalla cosiddetta conversione del rapporto. Viola, inoltre, il principio di buon andamento della pubblica amministrazione, di cui all’art.97 Cost., in quanto l’eliminazione di ogni residua forma di precariato consentirebbe al datore di lavoro pubblico di potersi avvalere di professionalità più motivate, in ragione della stabilità delle funzioni attribuite al lavoratore.
La Corte Costituzionale con la sentenza n. 89 del 2003[3] ha ritenuto la questione non fondata, evidenziando in particolare che il principio fondamentale in materia di instaurazione

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instaurazione del rapporto di impiego alle dipendenze delle pubbliche amministrazioni è quello, del tutto estraneo alla disciplina del lavoro privato, dell’accesso mediante concorso, enunciato dall’art.97, co. 3 Cost.. Le argomentazioni del Tribunale di Pisa, che muovono dal presupposto della piena e completa assimilazione del lavoro pubblico a quello privato a seguito dell’avvenuta privatizzazione del primo, sono state, quindi, disattese dalla Consulta, che ha giustificato la previsione di conseguenze a carattere esclusivamente risarcitorio per il caso di violazione delle norme imperative sul lavoro a termine nell’impiego pubblico sulla base della differente disciplina del “procedimento costitutivo”, che caratterizza i due rapporti.
Per quanto concerne la compatibilità comunitaria, il Tribunale di Genova con un’interessante ordinanza del 2004[4] ha rimesso alla Corte di giustizia europea la questione della conformità alla direttiva comunitaria n. 1999/70/CE della disciplina dell’art.36 del d.lgs. n. 165 del 2001 ed in particolare del meccanismo sanzionatorio limitato al solo risarcimento dei danni con esclusione della conversione del rapporto a termine in rapporto a tempo indeterminato.
La Corte di Giustizia europea si è pronunciata nel settembre 2006[5], affermando che la normativa italiana, che prevede il risarcimento del danno subito dal lavoratore a seguito del ricorso abusivo della pubblica amministrazione a una successione di rapporti di lavoro a tempo determinato, è conforme alla direttiva comunitaria n. 1999/70/CE. Tuttavia, spetta al giudice italiano valutare in quale misura le condizioni di applicazione, nonché l’attuazione effettiva dell’art.36 del d.lgs. n. 165 del 2001, ne fanno uno strumento adeguato a prevenire e, se del caso, sanzionare l’utilizzo abusivo da parte della pubblica amministrazione di una successione di rapporti di lavoro a tempo determinato.
La Corte di giustizia ha ribadito tali conclusioni nel 2010[6] e nel 2013[7], precisando in quest’ultima occasione che la conseguenza risarcitoria è misura conforme al
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